Guardare a ciò che si può fare e non a ciò che non è più possibile raggiungere: questo è molto in sintesi il messaggio portato dalla psicologia delle possibilità spiegata a Exposanità dalla dott.ssa Anna Daccordo, psicologa e psicoterapeuta.
In quest’ottica le RSA non sono considerate “luoghi di attesa”, ma veri e propri “laboratori di vita” dove ogni individuo può ancora fiorire.
La psicologia delle possibilità può insegnare molto a tutti, non solo a chi si occupa di lavoro di cura.
Ve lo raccontiamo a partire da un famoso esperimento del 1976, portato dalla dott. Daccordo, il cui fulcro è la possibilità di compiere delle piccole scelte, dei piccoli atti di volontà che però possono rischiarare una giornata, una vita.
L’esperimento della piantina
L’esperimento della piantina è stato questo: i residenti di una casa di riposo furono divisi in due gruppi. Al primo gruppo fu data la possibilità di compiere micro-scelte quotidiane, come decidere quando innaffiare una piantina o quale film guardare, mentre al secondo gruppo tutte queste attività venivano fornite in modo passivo dal personale.
Dopo soli 18 mesi, il tasso di mortalità nel gruppo che aveva a disposizione le microscelte era la metà rispetto all’altro gruppo. Questo dimostra che avere potere decisionale sulla propria vita è un vero e proprio farmaco salvavita.
La mente influenza il corpo
Grazie a un altro studio, all’apparenza piuttosto bizzarro, è stato possibile capire che se la mente sperimenta concretamente l’apertura alla vita a qualsiasi età, il corpo risponde di conseguenza.
Ecco lo studio: un gruppo di ottantenni fragili ha vissuto per una settimana in un ambiente arredato come quando erano di parecchi anni più giovani ed erano invitati a vivere proprio come allora. In soli cinque giorni, queste persone hanno mostrato miglioramenti fisici concreti nella vista, nell’udito, nella memoria e nella forza muscolare.
Mente e corpo, vita interiore e fisica non sono fattori slegati, ma vanno di pari passo. E questo capita anche al contrario: pensate alle conseguenze alla lunga di chi, ancora in forma anche se in età avanzata, vive però in solitudine e inerzia, magari sempre davanti al televisore, nel giro di pochissimo tempo questa persona, purtroppo, solitamente vive un decadimento evidente.
Superare la “cecità dell’esperto”
Può capitare che professionisti della cura agiscano in “pilota automatico”, applicando etichette cliniche che impediscono di vedere effettivamente le potenzialità e la reale situazione di una persona. Sarebbe importante, invece, adottare una “mentalità da principiante”:mantenere la competenza professionale ma guardare le persone con la curiosità di chi le vede per la prima volta. È fondamentale distinguere tra un fatto e la sua interpretazione. Se ci poniamo dei dubbi, potremmo scoprire che una certa azione è dettata da fattori ambientali o da qualche evento precedente e non da una intrinseca incapacità o fragilità della persona.
Strumenti pratici per la quotidianità
Per trasformare queste idee in azioni concrete, la dott.ssa Daccordo ha suggerito alcune innovazioni a “budget zero”:
- Il potere del “non ancora”: invece di usare frasi lapidarie come “la persona è agitata”, è meglio dire “non ha ancora trovato tranquillità in questa situazione”, trasformando un limite in un percorso di apprendimento.
- Diritto alla micro-scelta: impegnarsi a offrire almeno tre scelte reali, come decidere quale abito indossare o se mettere lo zucchero nel caffè.
- Caccia alle eccezioni: invece di mappare solo i deficit (quello che manca), l’équipe dovrebbe cercare i momenti in cui la persona seguita sta meglio e chiedersi cosa nell’ambiente abbia reso possibile quel successo per poterlo replicare.
L’invito per chi lavora nelle RSA, ma anche per chiunque abbia a che fare con la fragilità, anche la propria, è di sentirsi “architetti delle possibilità”, ricordandoci che uno sguardo può imprigionare o liberare la vita delle persone di cui ci prendiamo cura.